venerdì 14 novembre 2008

La prima partita di calcio: seconda puntata


“Avrei potuto almeno sorriderle” pensava tra una bracciata e l'altra. Invece non era stato capace nemmeno di abbozzare una smorfia. Ma non disperava, in fondo l'arte della seduzione non gli era sconosciuta e sapeva che con la giusta dose di attesa avrebbe coronato anche questo successo. Ormai il dolore ad ogni singolo muscolo del corpo lo riportava ingiustamente in quella fredda vasca: non capiva perchè si fosse ritrovato a nuotare per chilometri ogni due giorni; da piccolo era stato costretto a frequentare i corsi di nuoto finchè la sua volontà non lo portò a scegliere gli amici e il calcio. E così aveva gettato all'aria le sole speranze di avere un futuro nello sport.

Nel calcio ebbe vita difficile fin dagli esordi. Era una fredda giornata di autunno quando suo padre lo portò in quell'enorme campo a pochi chilometri da casa. Gli era sembrato di entrare a San Siro non appena scorse il cartello che recitava “Piccolo Stadio Scarioni”. Con i suoi occhi da bimbo innocente quel campo a undici pareva una distesa infinita: aveva voglia di giocare con i suoi amici, non poteva immaginare che cosa si celasse dietro una società calcistica. Il mister era un giovane ragazzo fresco di patentino di allenatore. Le mamme lo guardavano con occhi bramosi, i piccoli calciatori si perdevano estasiati dietro le sue capacità oratorie. I primi allenamenti scorrevano veloci, se non fosse per la presenza inquietante di un altro allenatore, il cui ruolo non riuscì mai a essere chiaro a Werther.

Werther lo temeva. Incuteva timore, l'allenatore misterioso con il cappellino di lana calcato sulla testa pelata. Era entrato di prepotenza negli spogliatoi e aveva inveito contro tutti perchè sulle panche ci si doveva appoggiare il culo e non le borse. Disse proprio così: Werther non capì mai perchè un adulto avrebbe dovuto farsi ripettare con la forza e la volgarità.

Intanto l'inizio della stagione era alle porte, ma anche il lungo inverno bussava incessantemente. Gli venne alla mente quell'allenamento nella nebbia: bastava rimanere qualche passo indietro al resto del gruppo che correva lungo i bordi del campo per perdere l'orientamento. Era strano, poi, fermarsi a riposarsi e vedere ad intermittenza gli altri apparire e scomparire in quel blocco bianco avvolgente. Ricordò quell'aria difficile da respirare, il terreno duro e gibboso, il pallone duro come un macigno.

Ma di quell'esperienza, Werther non rimpiangeva l'esordio nella prima partita ufficiale. Qualche giorno prima aveva chiesto alla mamma, con l'ingenuo candore dei bambini, quando avrebbero giocato contro una squadra di neri. Già, perchè pensava che quella fosse la strada che tutti i giocatori professionisti avevano percorso per poter giocare in serie A. E giocare contro una squadra straniera significava essere già proiettati verso la carriera di successi. Invece in un tranquillo pomeriggio di un sabato qualunque, si ritrovò solo e sperduto sulla fascia destra della difesa; maglia numero 2 sulle spalle con una divisa arancione e nera. Suo padre assisteva all'incontro sugli spalti: gli gridava qualcosa, ma Werther era troppo concentrato a pregare ogni Santo che la palla passasse il più lontano possibile dalla sua zona. Gli avevano detto di stare al vertice destro dell'area di rigore e lui ci si era piazzato senza fare storie. Nessuno gli aveva detto che avrebbe poi dovuto muoversi di lì e non rimanerci a vita. Invece Werther trascorreva il tempo a trastullarsi con le cuciture dei pantaloncini, nella speranza che nessuno si fosse accorto della sua schiva presenza. Ma l'allenatore dal cappellino di lana era lì a vedere tutto: gli urlò contro insulti gratuiti. Werther non capì il significato di quanto stava accadendo, ma le parole di quell'uomo lo segnarono a vita. Gli era sempre sembrato che assomigliasse al cattivo di un film per bambini: nella realtà era ancora più perfido. Quella fu l'ultima volta che Werther si presentò a giocare su quel campo. Appese gli scarpini prima ancora di aver capito che a undici esiste la regola del fuorigioco.

Buffo come i suoi pensieri l'avevano condotto a ricordi così lontani. Buffo soprattutto ricordare eventi che sperava di aver rimosso. Invece la sua memoria aveva registrato tutto e attendeva solo il momento migliore per esplodere con tutta la sua vena nostalgica. Quando arrivò a pochi metri dal muretto spinse più forte con il braccio destro e in un batter di ciglia si ritrovò proiettato nella direzione opposta. La virata era un gesto atletico che lo gasava. Se non la sai fare non puoi nemmeno pensare di stare nuotando.
(continua...)

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