martedì 18 novembre 2008

L'amicizia persa nel fumo di Londra: quinta puntata


Tra una bracciata e l'altra si promise di smettere di pensare e di concentrarsi maggiormente sui movimenti. Il coach insisteva sui movimenti subacquei delle braccia: non una semplice rotazione a mulinello ma dei movimenti specifici per acquistare più velocità. A dirsi era facile; a osservarsi ancora più semplice: a farsi quasi impossibile. Soprattutto per uno che aveva iniziato a nuotare alla scuola materna, ma che aveva sempre odiato il nuoto. Werther cercò di focalizzare i movimenti, l'entrata della mano in acqua, la leggera torsione del corpo con la mano a rientrare vicino al petto, la distenzione del braccio e la nuova bracciata. In tutto questo, però, c'era sempre da non dimenticare la respirazione. Vero rebus indecifrabile per i nuotatori. Dopo la quinta bracciata spesa a pensare alla perfezione dei movimenti, la sua mente si ribellò e i pensieri volarono via da quella fredda piscina.

Era una fredda giornata di primavera. Werther avrebbe dovuto fare quello che non avrebbe mai voluto compiere. In fondo non si trattava di un compito così difficile: sarebbe arrivato, avrebbe lasciato i soldi e avrebbe potuto girare la macchina e dimenticare per sempre quello che stava accadendo.

Arrivò all'appuntamento con il solito ritardo. Ambrogio era lì ad attenderlo con Nicoletta, la sua ragazza. Werther parcheggiò in fretta senza badare alla posizione dell'auto. Si salutarono frettolosamente. Poi i soldi passarono veloci di mano in mano. «Mi dispiace» fu tutto ciò che riuscì a pronunciare Werther. Avrebbe voluto che le cose fossero andate in maniera diversa, invece fu tutto triste e buio. Quel giorno si era incrinata per sempre una splendida amicizia che sarebbe potuta diventare un legame eterno. Invece si ruppe tutta la magia in un colpo.

Avevano progettato da tempo di partire. Ambrogio cercava la via per fuggire dalla sua routine. Werther una boccata d'aria per riprendersi dalla più grande sofferenza della sua vita. Aveno scelto una capitale europea per perfezionare la conoscenza della lingua inglese: avrebbero cercato lavoro come camerieri; avrebbero trovato un alloggio e avrebbero vissuto come perfetti londinesi. Non ci pensarono su troppo: Ambrogio aveva ormai finito l'università; Werther non aveva niente da perdere. Prenotarono in fretta il viaggio, poi attesero il momento migliore per cercare i contatti per l'appartamento. Qualche vicissitudine non permise loro di vedersi per un lungo periodo. Ambrogio non poteva immaginare quello che stava succedendo a Werther. E Werther non immaginava che più passava il tempo e più difficile sarebbe stato comunicare all'amico la rinuncia. Werther lasciò passare altro tempo, finchè si arrivò a pochi giorni dalla partenza. Adesso doveva proprio smettere di fingere e spiattellare in faccia ad Ambrogio la realtà. Werther scelse il modo più diretto: non voleva essere frainteso. L'amico aveva già trovato la casa e aveva anche anticipato la caparra per entrambi, lasciando all'oscuro di tutto Werther. Ormai il dado era tratto. Werther avrebbe voluto spiegare le motivazioni che lo portarono a rinunciare a tutto: al viaggio, all'esperienza, all'amicizia. Non riuscì, a nulla valsero le giustificazioni sul lungo viaggio di lavoro che avrebbe dovuto compiere nella stessa estate. Sarebbe rimasto lontano da casa 8 mesi: troppi per chi sta cercando di ricostruirsi una vita quasi distrutta da una storia d'amore tragicamente naufragata.

Quel giorno in quella maledetta piazza, attraverso quei 150 euro pagati senza battere ciglio, si spense un'amicizia nata tra i banchi dell'università. Da quel giorno Ambrogio sparì per sempre dall'esistenza di Werther. Era trascorso tanto tempo, ormai, ma Werther era incapace di farsene una ragione. Sarebbe stato bello ricominciare: Werther aveva provato a riallacciare i rapporti, ma, giustamente, la porta che trovò era saldamente serrata a doppia mandata. La vita gli aveva riservato un amaro insegnamento. Forse, pensare alle bracciate non sarebbe stato così doloroso.

Intanto lei lo stava doppiando. Aveva sempre avuto una migliore spinta di gambe, anche se con le sole braccia Werther era di gran lunga più veloce.
«Vorrei parlarti» lo punzecchiò.
«Adesso, qui immersi in quest'acqua fredda?» fu la risposta di Werther.
«Può darsi di sì», l'enigmatica risposta.
(continua...)

domenica 16 novembre 2008

Il drink della discordia: quarta puntata


«Finalmente!» gli disse lei tra il serio e il faceto.
Werther rimase sorpreso dell'accoglienza. Era già difficile superare quel fasitidioso sbalzo termico tra la temperatura dell'acqua, ormai diventata calda come un brodo ancestrale, e l'aria circostante, figurarsi poi con quel tipo di accoglienza. Il corpo caldo di lui venne percorso da un migliaio di piccoli e fastidiosi spilli, che vennero cancellati da quei due enormi occhi.
«Non credevo che mi aspettassi» fu la pronta risposta.
In fondo, Werther non pensava che avrebbe avuto vita facile dopo l'uscita di qualche giorno prima. Sapeva che avrebbe avuto bisogno di tempo, ma non immaginava che lei avrebbe sorriso senza ricordare quanto accaduto. Lui aveva sempre ottenuto quello che voleva, però con lei pareva tutto straordinariamente complicato.

Ripensò con malinconia e imbarazzo quanto accaduto due sere prima. Era stato galante, attento, premuroso. Aveva pensato a tutto: dal locale con le luci soffuse, al vestito elegante, ma non troppo, fino alla passeggiata dopo il drink. Era stato tutto perfetto. Peccato solo che Giulia non fosse la sua compagna di nuoto. E peccato che lei li aveva pizzicati proprio sul più bello.

Se n'era uscita con un banale «Ehi, anche tu da queste parti?» che lo aveva ridestato di colpo da un sogno breve ma intenso. Werther fu stupito di vederla: gli aveva detto che sarebbe stata a casa a studiare e aveva rifiutato di uscire proprio con lui. Ma lui, vecchio seduttore impenitente, o forse giovane cuore offeso, l'aveva ricambiata spulciando nella sua agenda un improbabile nome di un'amica persa di vista da tempo, sempre utile, però, come spalla su cui piangere. E infatti Giulia era caduta nel tranello senza pensare nemmeno quali fossero i subdoli progetti di Werther. E così, mentre cercava di consolarsi di una delusione, ecco arrivare la doccia fredda: la sua voce frizzante e soave mentre lo in flagrante. Avrebbe voluto spiegarle la situazione imbarazzante: invece lei, lo tolse dall'impiccio con un altrettanto banale «Ci vediamo in vasca», lasciandolo ancor di più come un mammalucco. Non fu facile far capire a Giulia che lei, no, non si trattava di uno squallido ripiego. Nossignore. Giulia era il ripiego per eccellenza. Ma questo Werther si guardò bene dal pronunciarlo. Inutile dire che la faccia da bravo ragazzo lo fece uscire indenne ancora una volta. Ma non sempre le ferite più difficili da cancellare sono quelle che si vedono.

«Allora, direi che ti sei riposato abbastanza» lo sfidò lei.
Werther non ebbe nemmeno il tempo di replicare, pareva che fossero passati pochi secondi. Se voleva starle dietro doveva darsi una mossa perchè era già scappata. “Non sarà facile” penso lui. Ma era per queste sfide che valeva la pena giocare. Altrimenti quando il risultato è scontato non è neppure divertente sprecarsi a partecipare.
(continua...)

sabato 15 novembre 2008

La scoperta delle parole: terza puntata


I suoi pensieri non volevano proprio abbandonarlo. Werther stava cercando di trovare il giusto ritmo per riscaldarsi. Quella sera avrebbe dovuto affrontare la temibile tripla serie degli 800 stile: una prova lunga e faticosa che si poteva risolvere solamente con tanta concentrazione e il giusto dispendio di energie. Però se si metteva a pensare a quello che l'attendeva gli veniva una gran voglia di prendere al volo la scaletta e dileguarsi nel nulla. Non riusciva proprio a eseguire i compiti che gli venivano imposti. Doveva venirgli da dentro la voglia di fare, altrimenti i risultati sarebbero stati pessimi.

Ricordava quante volte le maestre alle elementari e le professoresse alle medie lo avevano stimolato a leggere. Qualcuna ci aveva provato anche con qualche 'lettura del mese': Werther odiava leggere. Adorava solo un libro; aveva poche pagine fitte di parole, ma tanti disegni. Adorava cercare quel buffo personaggio nelle ambientazioni più differenti, dall'antica Roma all'era futura passando per tante altre epoche storiche. Peccato, però, che quel libro non era ammesso come 'lettura del mese'.

Leggeva solo quando costretto. Werther preferiva di gran lunga le storie a bivi di Topolino: i fumetti erano colorati e se poi poteva scegliere che cosa far compiere ai personaggi allora si ritrovava ancora più coinvolto. Invece i libri tristi fatti solo di parole gli incutevano malinconia. Finché un giorno, ormai prossimo ai 15 anni gli capitò in mano un libro da 600 pagine. Non pensava che ci fosse qualcuno disposto a leggersi un libro così lungo, eppure quell'autore aveva già firmato diversi best sellers. Iniziò con il freddo distacco di chi ha scelto che la lettura non avrebbe mai potuto mai essere la sua passione: si ritrovò a non riuscire a staccare gli occhi dal libro per ore. 'Raimbow Six' di Tom Clancy lo teneva incollato a quelle pagine malinconiche che nascondevano un mondo parallelo in cui poteva accadere qualunque cosa. In dieci giorni quel mattone era stato divorato. Quando chiuse il libro, Werther si ritrovò improvvisamente solo nella sua stanza. Ma sapeva che un nuovo mondo si era improvvisamente schiuso ai suoi occhi. Adesso non aveva che l'imbarazzo della scelta. Werther rimpianse solo di aver perso quasi 15 anni di vita prima di scoprire il segreto dei libri.

Gli 800 metri, però, erano lì ad attenderlo. Non poteva davvero esimersi dal nuotarli. Aveva ancora due vasche da completare prima di riprendere fiato e immergersi per le poco attese serie di fondo: lei, però, l'avrebbe aspettato per ripartire. Non poteva resistere al suo sguardo magnetico.
(continua...)

venerdì 14 novembre 2008

La prima partita di calcio: seconda puntata


“Avrei potuto almeno sorriderle” pensava tra una bracciata e l'altra. Invece non era stato capace nemmeno di abbozzare una smorfia. Ma non disperava, in fondo l'arte della seduzione non gli era sconosciuta e sapeva che con la giusta dose di attesa avrebbe coronato anche questo successo. Ormai il dolore ad ogni singolo muscolo del corpo lo riportava ingiustamente in quella fredda vasca: non capiva perchè si fosse ritrovato a nuotare per chilometri ogni due giorni; da piccolo era stato costretto a frequentare i corsi di nuoto finchè la sua volontà non lo portò a scegliere gli amici e il calcio. E così aveva gettato all'aria le sole speranze di avere un futuro nello sport.

Nel calcio ebbe vita difficile fin dagli esordi. Era una fredda giornata di autunno quando suo padre lo portò in quell'enorme campo a pochi chilometri da casa. Gli era sembrato di entrare a San Siro non appena scorse il cartello che recitava “Piccolo Stadio Scarioni”. Con i suoi occhi da bimbo innocente quel campo a undici pareva una distesa infinita: aveva voglia di giocare con i suoi amici, non poteva immaginare che cosa si celasse dietro una società calcistica. Il mister era un giovane ragazzo fresco di patentino di allenatore. Le mamme lo guardavano con occhi bramosi, i piccoli calciatori si perdevano estasiati dietro le sue capacità oratorie. I primi allenamenti scorrevano veloci, se non fosse per la presenza inquietante di un altro allenatore, il cui ruolo non riuscì mai a essere chiaro a Werther.

Werther lo temeva. Incuteva timore, l'allenatore misterioso con il cappellino di lana calcato sulla testa pelata. Era entrato di prepotenza negli spogliatoi e aveva inveito contro tutti perchè sulle panche ci si doveva appoggiare il culo e non le borse. Disse proprio così: Werther non capì mai perchè un adulto avrebbe dovuto farsi ripettare con la forza e la volgarità.

Intanto l'inizio della stagione era alle porte, ma anche il lungo inverno bussava incessantemente. Gli venne alla mente quell'allenamento nella nebbia: bastava rimanere qualche passo indietro al resto del gruppo che correva lungo i bordi del campo per perdere l'orientamento. Era strano, poi, fermarsi a riposarsi e vedere ad intermittenza gli altri apparire e scomparire in quel blocco bianco avvolgente. Ricordò quell'aria difficile da respirare, il terreno duro e gibboso, il pallone duro come un macigno.

Ma di quell'esperienza, Werther non rimpiangeva l'esordio nella prima partita ufficiale. Qualche giorno prima aveva chiesto alla mamma, con l'ingenuo candore dei bambini, quando avrebbero giocato contro una squadra di neri. Già, perchè pensava che quella fosse la strada che tutti i giocatori professionisti avevano percorso per poter giocare in serie A. E giocare contro una squadra straniera significava essere già proiettati verso la carriera di successi. Invece in un tranquillo pomeriggio di un sabato qualunque, si ritrovò solo e sperduto sulla fascia destra della difesa; maglia numero 2 sulle spalle con una divisa arancione e nera. Suo padre assisteva all'incontro sugli spalti: gli gridava qualcosa, ma Werther era troppo concentrato a pregare ogni Santo che la palla passasse il più lontano possibile dalla sua zona. Gli avevano detto di stare al vertice destro dell'area di rigore e lui ci si era piazzato senza fare storie. Nessuno gli aveva detto che avrebbe poi dovuto muoversi di lì e non rimanerci a vita. Invece Werther trascorreva il tempo a trastullarsi con le cuciture dei pantaloncini, nella speranza che nessuno si fosse accorto della sua schiva presenza. Ma l'allenatore dal cappellino di lana era lì a vedere tutto: gli urlò contro insulti gratuiti. Werther non capì il significato di quanto stava accadendo, ma le parole di quell'uomo lo segnarono a vita. Gli era sempre sembrato che assomigliasse al cattivo di un film per bambini: nella realtà era ancora più perfido. Quella fu l'ultima volta che Werther si presentò a giocare su quel campo. Appese gli scarpini prima ancora di aver capito che a undici esiste la regola del fuorigioco.

Buffo come i suoi pensieri l'avevano condotto a ricordi così lontani. Buffo soprattutto ricordare eventi che sperava di aver rimosso. Invece la sua memoria aveva registrato tutto e attendeva solo il momento migliore per esplodere con tutta la sua vena nostalgica. Quando arrivò a pochi metri dal muretto spinse più forte con il braccio destro e in un batter di ciglia si ritrovò proiettato nella direzione opposta. La virata era un gesto atletico che lo gasava. Se non la sai fare non puoi nemmeno pensare di stare nuotando.
(continua...)

Il blocco di partenza: prima puntata


Arrivò in fondo alla vasca. Quei 25 metri sembravano eterni: il fiato era corto, le braccia dure come macigni e le gambe non volevano proprio saperne di scalciare sott'acqua. Eppure riuscì a toccare il muretto giusto un attimo prima che lei si levasse l'accappatoio. Quel costume intero sacrificava troppo le sue forme: questo l'aveva pensato un milione di volte. Quella volta lo pensò ancora più forte.

Successe tutto in un attimo. Si salutarono come sempre e come ogni volta lui perse l'occasione che attendeva da tempo. Sapeva essere brillante, ma gli mancava l'esprit de l'escalier. Le frasi si arrovellavano nel cervello come un turbinio di pensieri che non trova la sua via d'uscita e l'attimo sfuggiva inesorabile. Ma di questo non si era mai preoccupato. La vita non era stata semplice fino a quel momento, ma sapeve che non sarebbe stato un problema ottenere quello che voleva. Era sempre stato così e così sarebbe continuato ad essere. Questa era la sua più grande certezza.

(continua...)

Nota dell'autore. Potrebbe essere un romanzo lungo una vita. Potrebbe essere un racconto breve. Quello che so è che questo sarà un viaggio in cui immergersi senza avere il tempo di riprendere fiato.